Stress Control Lab

Lo Stress Control Lab presso il Collegio Italiano di Osteopatia di Parma, nasce dal progetto di estendere ad ambiti extra-accademici applicativi l’esperienza maturata attraverso studi condotti nel Laboratorio di Fisiologia dello Stress dell’ università di Parma e orientati alla valutazione dell’impatto di condizioni ambientali e sociali avverse, sia episodiche sia croniche, sul benessere fisiologico e psicologico.

Tali studi hanno consentito di allestire un set di misure neurovegetative, ormonali e comportamentali che permettono di valutare oggettivamente il “livello di stress” che caratterizza un individuo quando viene esposto a sollecitazioni che possono comprometterne la produttività e la salute. Il nostro obiettivo è di mettere a disposizione le competenze tecnico-scientifiche accumulate in questi anni per applicazioni concrete in ambito lavorativo, familiare, scolastico, legale e sportivo.

Il gruppo di ricerca è composto dal prof. Andrea Sgoifo, dal neurofisiologo Luca Carnevali e dalla psicologa Elena Pattini.

 

prof. Andrea Sgoifo

prof. Andrea Sgoifo

Neurofisiologo

Referente del laboratorio

Contattaci

Il laboratorio

Misurare lo stress

Il gruppo di ricercaLa raccolta delle misure prevede procedure semplici e non invasive, ovvero prelievi di saliva per la determinazione di marker biochimici, registrazione di elettrocardiogrammi con tecnologia blue-tooth, compilazione di questionari psicometrici, videoregistrazione e quantificazione del comportamento non verbale.
Tutte le misure separatamente sono utilizzate nell’uomo come indicatori di una condizione di stress e la loro affidabilità è ampiamente documentata nella letteratura scientifica. Inoltre, il nostro gruppo di ricerca ha utilizzato – in più progetti – ciascuna di queste misure e i risultati ottenuti sono stati pubblicati su riviste scientifiche  internazionali.

Misurazioni ECGDagli elettrocardiogrammi, mediante misure di variabilità delle frequenza cardiaca (HRV), siamo in grado di determinare l’attività e la reattività del sistema nervoso autonomo, un indicatore largamente utilizzato per verificare l’impatto dello stress acuto e cronico sull’apparato cardiocircolatorio in particolare e sull’equilibrio psicofisico più in generale.

 

 

studio comportamentoLe misure psicometriche e comportamentali ci consentono di evidenziare le differenti strategie utilizzate per affrontare e gestire le  situazioni avverse (soprattutto quelle di natura psicosociale) e gli stati di ansia e depressione.

 

 

Le misure biochimiche salivari (cortisolo, DHEA e α-amilasi) permettono di valutare lo stato di funzionalità di due sistemi neuroendocrini centrali nell’adattamento allo stress e nel rischio fisiopatologico stress correlato, ovvero l’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene e il sistema simpatico-midollare del surrene.

 

 

Laboratorio stressLa raccolta e complementazione di tutte queste misure rappresenta un approccio di elevata potenzialità diagnostica, poiché soltanto attraverso la combinazione di tanti parametri di differente natura è possibile definire un quadro biologico attendibile di funzionalità o disfunzionalità psicofisiologica in presenza di un elevato coinvolgimento emozionale e fisico. 
Questo “kit” per la valutazione dello stress può essere applicato a differenti condizioni che implicano un elevato livello di stress cronico,
come il mobbing, il maltrattamento (fisico e psicologico) a carico della donna o dei minori in ambito domestico o il fenomeno del bullying (molestie fisiche e psicologiche tra soggetti coetanei) in ambito scolastico.

Cos'è lo stress

Di stress si parla molto, nella comunità scientifica e sulla strada. E se ce ne fosse stato bisogno, è diventato ancor più di attualità in questi tempi di dure difficoltà economiche e sociali. Ma sappiamo esattamente di che cosa si tratta? E’ probabile che ciascuno di noi abbia una propria opinione di che cosa sia lo stress, strettamente legata alle esperienze personali.

D’altra parte, una certa pluralità di punti di vista circa l’esatta definizione dello stress si ritrova anche tra chi si occupa scientificamente e professionalmente di stress, che sia da un versante biologico, psicologico o medico. Anzi, è presumibilmente proprio questa convergenza di discipline così diverse su di un unico tema – che è sia scientifico, che clinico, che sociale – a causare divergenze terminologiche e concettuali che rischiano di offuscare la comprensione del fenomeno.

Per cercare di intenderci su che cosa davvero sia lo stress vi proponiamo una definizione che è frutto di una sintesi pubblicata nel 2011 sulla prestigiosa rivista internazionale Neuroscience & Biobehavioral Reviews da un gruppo di ricercatori di diversi paesi europei. In sintesi, questi ricercatori suggeriscono che lo stress è una condizione del nostro cervello, indotta da fattori avversi chiamati stressors che tendono a turbare l’omeostasi dell’organismo e che determinano un set di risposte comportamentali e fisiologiche finalizzate al ripristino dell’equilibrio interno. Questa condizione si determina con particolare intensità quando lo stimolo avverso ha un alto grado di incontrollabilità e imprevedibilità.

Dunque, forse è già sfatato un luogo comune: la tendenza ad assegnare a questo termine un’accezione esclusivamente negativa. Lo stress, in realtà, non è solo qualcosa di dannoso. Tutt’altro: è importantissimo per la sopravvivenza, ci consente di adattarci a situazioni difficili. Viene in mente l’analogia con altre reazioni del nostro organismo, come la febbre o il vomito. Anche queste rimandano ad uno stato di malessere, a qualcosa di negativo e patologico. Ma sappiamo quanto siano importanti e funzionali alla difesa del nostro organismo.

Che cosa avviene, dunque, nel nostro organismo quando siamo esposti ad una situazione avversa? Immaginiamo di passeggiare da soli di notte in un quartiere sconosciuto della nostra città. Anche se la zona è considerata non proprio delle più sicure, la notte è tuttavia tranquilla e ci sentiamo rilassati. All’improvviso, percepiamo un forte rumore a breve distanza. In pochi istanti, la nostra fisiologia si mette in moto. Il cuore accelera, la pressione aumenta, i vasi sanguigni dei muscoli si dilatano, favorendo l’afflusso di ossigeno ed energia in questo distretto. Allo stesso tempo, i vasi dello stomaco, dell’intestino e della pelle si contraggono, riducendo così il flusso di sangue a questi organi e rendendolo disponibile ai muscoli delle gambe e delle braccia. Le pupille si dilatano, acuendo la visione. La digestione nel tratto gastrointestinale è inibita. Aumenta la mobilizzazione di zucchero dal fegato. Iniziamo a sudare, una risposta che ha varie funzioni tra le quali quella di ridurre la frizione tra tronco e arti per facilitare i movimenti e promuovere la dissipazione del calore per consentire ai muscoli di lavorare con efficienza. Una serie di risposte, insomma, che ci mettono in condizioni di fronteggiare efficacemente la situazione, di fuggire o combattere.

E chi garantisce tutto questo? Principalmente, le catecolammine e i glucocorticoidi che si muovono in circolo. E da dove vengono catecolammine e glucocorticoidi? Questi ormoni sono il risultato dell’attivazione di due sistemi neuroendocrini, ovvero di due sistemi costituiti da una componente nervosa e da una componente ormonale. Il cervello percepisce ed elabora lo stimolo ambientale (spesso ne crea artificialmente uno se trattasi di specie umana!) ed alcune aree cerebrali specifiche comandano una rapida risposta neuroendocrina che conduce al rilascio di questi ormoni. Un meccanismo efficientissimo, altamente adattativo, cruciale per la sopravvivenza.

Vi è un aspetto molto importante, tuttavia, che merita di essere sottolineato. La risposta di stress presenta due fasi. Una prima fase di attivazione, nella quale ci mobilitiamo, sia da un punto di vista comportamentale (combattiamo o fuggiamo) che fisiologico (accelerazione cardiaca, rilascio di ormoni, ecc..). Quando lo stimolo è cessato, c’è una seconda fase, la fase di disattivazione, nella quale rientriamo alle condizioni di riposo: il cuore rallenta e gli ormoni in circolo ritornano ai livelli basali. Entrambe le fasi sono importantissime, è fondamentale che entrambe siano gestite con la massima efficienza. L’attivazione deve essere rapida e consistente, ma altrettanto rapida ed efficiente dev’essere la disattivazione del sistema, per evitare che un’azione prolungata di questi mediatori dell’adattamento determini usura e danni all’organismo.

Quest’ultima considerazione introduce al dilemma sulla duplice natura della risposta di stress. Se adeguata e contenuta nel tempo, è uno straordinario strumento di adattamento e sopravvivenza ad ambienti e situazioni ostili. Se inadeguata e protratta nel tempo diventa un fattore di rischio per molte patologie. Un esempio. Il cortisolo è un eccellente supporto all’attività fisica, poichè mobilizza le risorse energetiche dell’organismo e addirittura induce fame e ricerca del cibo se l’esercizio si prolunga nel tempo. Tuttavia, se alti livelli di cortisolo si combinano con uno stile di vita sedentario, allora diventerà causa di iperglicemia, iperisulinemia, deposito di grassi e formazione di placche aterosclerotiche. Insomma, un elevato rischio di serie complicazioni cardiovascolari.

In effetti, sono moltissime le patologie che caratterizzano le società occidentali che hanno nello stress, se non la vera e propria causa scatenante, un fattore cruciale nella progressione della malattia. Patologie che sono di natura psicosomatica – per esempio a carico dell’apparato cardiovascolare (ipertensione, aterosclerosi, ictus), dell’apparato gastroenterico (ulcere, coliti), del sistema immunitario o di tipo metabolico (diabete) – ma anche di natura psicologica, come ansia e depressione.